«L’Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo sono nostri buoni partner, nostri buoni amici». Le dichiarazioni di Dmitry Peskon, il portavoce del Cremlino, arrivano lo stesso giorno in cui sui media iraniani rimbalzano le immagini della base aerea saudita di Prince Sultan. La fusoliera squarciata del Boeing E-3 Sentry, il radar gigante americano che sorveglia centinaia di chilometri di spazio aereo, è una vittoria del regime e una perdita problematica per una guerra a breve termine come quella immaginata dagli Stati Uniti. L’insuperata opera tecnologica è in grado di tracciare decine e decine di bersagli simultaneamente e di dirigere pattuglie di caccia, intercettazioni, rifornimenti in volo e difesa aerea su tutto il campo di battaglia. «È il maestro di scacchi, mentre i piloti da caccia sono gli alfieri», è la definizione fatta da Heather Penney, ex pilota di F-16 e ora direttrice della ricerca del Mitchell Institute, think tank di studi aerospaziali. Il velivolo sentinella da mezzo miliardo di dollari era parcheggiato a 96 km della capitale Riad, nella base gestita dall’aeronautica militare saudita ed utilizzata anche dalle forze statunitensi. Nell’attacco, avvenuto venerdì, sono stati danneggiati anche diversi aerei cisterna e almeno 15 soldati americani sono rimasti feriti.
Gli analisti ritengono che il successo dell’attacco sia merito dell’intelligence russa. La catena degli eventi è stata ricostruita su X dal leader ucraino Volodymyr Zelensky, che ha dichiarato di essere «sicuro al 100%» che il Cremlino abbia aiutato le forze iraniane a prendere di mira i soldati americani nel Golfo: «Il 25 marzo, hanno fotografato la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita. Il 26 marzo sono stati ripresi il giacimento petrolifero e di gas di Shaybah in Arabia Saudita, la base aerea di Incirlik in Turchia e la base aerea di Al Udeid in Qatar». Non solo: Mosca avrebbe scattato immagini anche della base congiunta Usa-Regno Unito a Diego Garcia, nell’arcipelago delle Chagos, dopo il fallito attacco del regime con missili balistici di una settimana fa. La sequenza descritta da Zelensky è inquietante: «Sappiamo che se (i russi, ndr) scattano delle immagini, si stanno preparando. Se le scattano una seconda volta, è come una simulazione. La terza volta, significa che entro uno o due giorni attaccheranno», ha dichiarato a Nbc News. Il supporto di Mosca, ha scritto il Financial Times qualche giorno fa, include immagini satellitari, dati di puntamento e supporto di intelligence.
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Il sostegno si è intensificato nelle ultime settimane: la Russia è vicina al completamento di una spedizione di droni, medicinali e aiuti alimentari in Iran e avrebbe anche offerto consulenza tattica fornendo indicazioni sul numero di droni da utilizzare negli attacchi e sulle altitudini da cui colpire. Perché Vladimir Putin si espone a questo punto? Per problemi di soldi, di potere e di immagine. Con il costo della guerra in Ucraina schizzato alle stelle, per la prima volta è stato costretto a questuare agli oligarchi russi affinché contribuiscano al bilancio dello Stato nel tentativo di stabilizzare le finanze. E mentre pensa al deficit di bilancio, lo Zar sta cercando di salvare ciò che resta di una rete di alleanze, ormai in via di sfaldamento, che un tempo rendeva il Paese il secondo esportatore di armi al mondo. Il planisfero di Mosca, infatti, è sempre più ristretto: a gennaio le forze statunitensi hanno arrestato il presidente venezuelano Nicolás Maduro e il regime cubano è nella “to-do list” del presidente americano. In Africa, i mercenari e gli aiuti militari russi si sono dimostrati incapaci di fermare i gruppi jihadisti in Mali, Burkina Faso e Niger. L’ex alleato siriano Assad è in esilio a Mosca e la Russia sta negoziando con il nuovo governo per il futuro delle sue basi militari nel Paese.
La Russia «sta imparando cosa significa quando gli Usa agiscono senza alcun freno», ha dichiarato al Wall Street Journal Hanna Notte, analista presso il James Martin Center for Nonproliferation Studies. In questo scenario, l’Iran non è un alleato da difendere, non soltanto almeno, ma è l’ultimo sodale della regione: se crollasse, travolgerebbe quel poco che resta della proiezione globale russa. La potenziale sopravvivenza del regime iraniano darebbe a Mosca, oramai propaggine consapevole della Repubblica Popolare Cinese, la possibilità di mantenere una presenza in Medio Oriente e l’opportunità di dimostrare di essere in grado di aiutare i suoi alleati a respingere la potenza militare americana. Almeno finché le casse reggono e i satelliti continuano a girare.
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