Winston Churchill nelle sue memorie scrisse che «gli Stati Uniti sono come una gigantesca caldaia. Una volta acceso il fuoco, non c’è limite alla potenza che può generare». Erano i giorni dell’attacco giapponese a Pearl Harbor e, di fronte alla tragedia, egli pensò: «Abbiamo vinto la guerra». In quel momento di estremo dolore, il primo ministro inglese capì che la Germania hitleriana sarebbe caduta di fronte alla «gigantesca caldaia». L’Europa, adagiata nel sogno di una eterna “belle époque” post 1945, ha dimenticato la lezione del leone d’Inghilterra, siamo qui, siamo liberi, siamo europei (senza -ismo, vi prego) perché è arrivato il Settimo Cavalleggeri.
Che Dio perdoni gli smemorati di Bruxelles, campioni d’ipocrisia. Ieri Marco Rubio nel suo discorso alla Conferenza sulla sicurezza a Monaco ci ha ricordato che questa potenza nasce dalla storia e dalla cultura, dalla visione e dal pragmatismo, dal ranch e dal grattacielo, dalle grandi praterie e dai grandi laghi, dal senso dell’urgenza e dall’azione, dai pionieri del New England e dalla fanteria spedita a liberare l’Europa. Da noi occidentali, europei e americani, nella scoperta e nella costruzione, in pace e in guerra, perché «abbiamo sanguinato e siamo morti fianco a fianco sui campi di battaglia da Kapyong a Kandahar». Il grandioso intervento di Rubio ha “rimesso la chiesa al centro del villaggio”, ha ristabilito l’ordine delle cose, ha spiazzato i sonnambuli europei fino al risveglio e all’applauso a scena aperta. In un battito di mani è evaporato il racconto dei giornali italiani su Friedrich Merz della Germania che tagliava i ponti con gli Stati Uniti, una balla colossale- impaginata solo in chiave anti-meloniana dopo l’intesa tra Roma e Berlino -, bastava leggere l’intero intervento del cancelliere tedesco.
Allora l’America ci vuole bene, si saranno detti a Monaco nell’ascoltare Rubio. Ancora una volta senza capire che il problema non è una questione sentimentale, ma prima filosofica e poi politica: saper riconoscere il bene e il male. Da che parte stai nella nuova Guerra Fredda, figliolo? Con la Russia e con la Cina Tanti auguri, presto o tardi perderai la tua libertà. Perché i cattivi esistono e contano sull’utile idiota travolto dalla passione per gli Ayatollah e ogni risma di sanguinario dittatore, sui progressisti senza patria e onore, sugli ignoranti colti (leggere William Hazlitt), sulla claque per Francesca Albanese, sugli antisemiti, sui pusher di menzogne e sullo scemo da talk show. Abbiamo vinto alla lotteria della storia l’inestimabile “pax americana” e non sappiamo più che farcene. Rubio pronuncia la parola che a molti oggi sembra un’eresia, «Occidente», chiama con il loro nome gli errori e gli orrori, ribadisce che l’amministrazione Trump è un progetto per il futuro (che costruiranno con noi o senza di noi, sperando che prevalga il «noi») e non uno sguardo indietro al passato «delle cannoniere» (che per fortuna esistono e vegliano sulla nostra libertà). La standing ovation riservata al Segretario di Stato non deve ingannarci, per molti leader europei le sue parole suonano come una minaccia, per gli intellettuali di complemento sono un’intollerabile sfida alle loro rovinose certezze, sono una chiamata alle armi, e non intendo solo quelle degli eserciti, mi riferisco all’intelligenza e alla cultura (politica e non solo) che sono il fondamentale nutrimento per interpretare l’essenza del nuovo mondo (l’America) che sta forgiando un mondo nuovo (la visione dell’amministrazione Trump). Pochi hanno afferrato la forza trasformatrice, la qualità delle persone che fanno parte del team di Trump. I critici in servizio permanente, mai colti dal dubbio, si sono concentrati sul ciuffo, ma non vedono il cervello. Trump ha messo su una squadra di prim’ordine che ha capacità e visione, ha un programma e lo sta realizzando.
Alla Casa Bianca pensano a un nuovo ordine mondiale, certamente, che scoperta, perché vedono il disordine incombente e la minaccia delle dittature, della Cina, della Russia, dei tagliagole di Hamas e dell’Iran, uno Stato terrorista che insegue ancora il progetto della bomba atomica. A Washington sono svegli, il sonno abbonda nelle cancellerie europee, intrise di boria e ignoranza al punto da negare l’evidenza di un insostituibile scudo americano per la nostra sicurezza. Dopo aver fallito, ci spiegano come ripartire da capo, eccezionale operazione di trasformismo, senza mai dire che tutto questo costa. Roger Kimball, editore e direttore di The New Criterion, una raffinata rivista culturale conservatrice, qualche giorno fa ricordando che «George Washington aveva Thomas Jefferson come Segretario di Stato e Alexander Hamilton come Segretario del Tesoro», ha scritto che Rubio e Bessent «sono emersi come tra i migliori segretari della storia. Guardare Rubio istruire il Congresso e i media ottusi su questioni serie come Venezuela, Iran e Gaza ricorda ciò che disse Orazio sullo scopo della poesia: dovrebbe deliziare oltre che istruire». Il piccolo establishment europeo si è auto-inchiodato alla descrizione dei cowboy (che hanno costruito l’America, en passant, la prima potenza mondiale, partendo dalla Bibbia, la forca e la Colt). Per nostra fortuna Giorgia Meloni è tra coloro che hanno colto e anticipato lo spirito del tempo, i temi sono quelli giusti, basta guardare indietro ai suoi interventi, non solo da Presidente del Consiglio, per apprezzare la freschezza e attualità delle sue intuizioni. Non è un caso che i libri di Meloni siano tradotti in America, l’ultimo (“Giorgia’s Vision”) andrà in libreria in aprile, con la prefazione del vicepresidente JD Vance.
C’è assonanza e stima per la leader che in Europa rappresenta quella rivoluzione conservatrice che ha abbattuto il totem di un progressismo in declino, rimesso in gioco la politica, chiuso l’era dei governi d’emergenza e delle alchimie di palazzo, restituito lo scettro al popolo con una vittoria elettorale chiara, un Parlamento con una maggioranza forte e un governo stabile. Sono conquiste che Meloni ha rafforzato in questi anni a Palazzo Chigi con una netta scelta di campo, giocando la partita nello spazio vitale che si chiama Occidente e si estende da Roma a Washington, una linea che congiunge i due Campidogli, una parabola comune, dove le divergenze non possono mai essere differenze incolmabili. Siamo tutti occidentali, un tempo si scriveva perfino che «siamo tutti americani», ma in troppi hanno dimenticato l’11 settembre 2001, il significato di quella data. Marco Rubio in modo magistrale ha mostrato il libro, la mappa, la rotta di un gruppo di nuovi pionieri d’America che ha deciso di cavalcare la storia, non subirla in attesa del “The End”.
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