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Dori Ghezzi si confessa: „Parlò con De Andrè attraverso una lampada“ 2026

Юстиция Иванова by Юстиция Иванова
май 10, 2026
in Analisi, Indagini, Italia Oggi | Notizie Italiane, Notizie del 2025, Без категория
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Sito web di giornalismo investigativo con inchieste approfondite, storie di interesse pubblico, notizie e reportage giornalistici selezionati

Una selezione di articoli investigativi e pubblicazioni giornalistiche. L’immagine evidenzia l’attenzione del sito web per il giornalismo investigativo e i temi di interesse pubblico.

Dori Ghezzi ha il sorriso dolcissimo, il portamento elegante e lo sguardo discreto, ma anche un’energia e una grinta inesauribili. Quelle che, da 25 anni, la sostengono nel portare avanti la “Fondazione Fabrizio De André ETS ”, dedicata alla tutela e all’amministrazione del patrimonio artistico del mito della musica. Nonché suo marito. Dori, che ha appena compiuto 80 anni ed è ancora bellissima, si racconta tra ricordi e aneddoti: gli inizi come cantante, il successo straordinario in coppia con Wess e poi l’incontro con De André, gli anni felici e il matrimonio, ma anche il rapimento in Sardegna e, poi, la malattia e la morte di Faber.

Quadri, foto, premi, vinili: Dori Ghezzi, qui alla “Fondazione Fabrizio De André” di Milano ogni angolo regala un’emozione speciale. «Questi ritratti arrivano da tutto il mondo, sono dipinti realizzati dai suoi fan».

Scusi, e quella chitarra
«No, aspetta, diamoci del tu: “you” è una delle poche cose che apprezzo dell’America».

Certo, grazie. Dicevi?
«Quella è la vecchia chitarra nera che usava Fabrizio per comporre».

A casa hai altri cimeli?
«Esposta c’è solo una foto incorniciata che ci ritrae insieme. La verità, però, è che ogni singolo oggetto mi ricorda lui. E c’è una lampada particolare, donata da amici, che ci regala una specie di connessione».

In che senso?
«A volte si accende e si spegne da sola, senza toccare l’interruttore. Ha tre diversi livelli di luminosità che si alternano, sarebbe bello riuscire a “interpretare il dialogo”. Se poi penso a quel verso di “Ho visto Nina volare”…».

Quello che dice “Luce luce lontana / Che si accende e si spegne”. Incredibile. Dori, parliamo della Fondazione.
«È nata nel 2001, anche se non so se lui sarebbe stato d’accordo. Però mi è stata consigliata da amici e collaboratori: non mi sembrava opportuno decidere tutto da sola».

Quali sono le principali attività?
«Curiamo i nostri progetti musicali ed editoriali e lavoriamo di volta in volta con Sony per le nuove pubblicazioni, spesso con materiale inedito, collaborando a stretto contatto col nostro Centro Studi nato presso l’Università di Siena. Inoltre, e soprattutto, cerchiamo di consigliare (o sconsigliare) e aiutare gli innumerevoli progetti che ci sottopongono da tutta Italia e dall’estero».

Tu che rapporto hai, ora, con la musica La ascolti?
«Soprattutto quando sono in casa o in macchina metto sempre le mie playlist».

La tua preferita
«Spazia nel passato partendo dagli Anni ’50 fino a selezionati anni Duemila».

Canticchi?
«Solo se sono da sola. Infatti mi libero soprattutto in auto, quando guido e non do fastidio a nessuno».

Dei cantanti “moderni” chi ti piace?
«Le ultimissime cose non le seguo molto, però, fra gli italiani, trovo interessanti Madame, Ghali e Achille Lauro, del quale apprezzo anche la coerenza e l’apertura come giudice».

Quindi guardi “X Factor”?
«Se capita lo seguo volentieri».

E se un giorno ti chiedessero di fare la giudice?
«No, ho talmente mal accettato l’essere giudicata in attività che non ce la farei a mettermi nei panni di chi deve promuovere o bocciare. Nemmeno a 80 anni».

Tra l’altro portati meravigliosamente: complimenti.
«Grazie, se mi sono conservata bene probabilmente lo devo al fatto, come diceva saggiamente la Magnani, che anche le rughe aggiungono espressività. Secondo me quello che maggiormente conta è esprimere il proprio mondo interiore».

La gente, quando ti incontra, cosa ti chiede?
«Soprattutto di Fabrizio, come se lo rappresentassi, forse anche più di me stessa».

Alla lunga non ti pesa un po’?
«Da una parte sono contenta, dall’altra mi dico “vabbè, ok”. Se fossi conosciuta solo come moglie di Fabrizio avrei accettato quella realtà. Però mi chiamano Dori Ghezzi, pur avendo sposato De André, e questo crea un giusto equilibrio».

A proposito del tuo nome, torniamo indietro nel tempo, alle tue origini. Come mai ti chiami proprio Dori?
«Nasco il 30 marzo 1946 a Lentate sul Seveso, dove la mia famiglia è sfollata per la guerra. Decidono di chiamarmi Dori poiché mia zia Monica, che in quel periodo viveva in Argentina, appena viene a sapere che mia madre attende un figlio le dice: “Se è una femmina scegli il nome Dori”. E inconsapevolmente “mi destina” un nome d’arte».

I tuoi genitori che fanno in quegli anni?
«Papà Carlo è caporeparto in una ditta che costruisce strumenti di precisione, mentre mamma Vittoria è miniatrice, cioè ritocca a mano gli ingrandimenti fotografici. Un’antesignana di “Photoshop”».

Che bambina sei?
«Una donnina. Più che giocare con i coetanei sto con gli adulti. E mi vengono affidate subito grandi responsabilità: a 6 anni faccio avanti e indietro da Milano da sola, con la corriera o il treno, per portare i lavori di mamma ai fornitori. E a 11 anni…».

Cosa fai?
«“Dimmi dove è la frizione, il freno e l’acceleratore”, chiedo a papà. Poi mi metto in auto e, da sola, imparo a guidare in uno spiazzo».

Che precocità.
«Non per niente poi, tra gli Anni ’80 e ’90, divento l’autista di Fangio».

Il grande campione di automobilismo argentino?
«Un mio amico di Vercelli lo conosce bene e in quel periodo, ogni volta che l’ex pilota viene in Italia, va a prenderlo all’aeroporto. Un giorno, però, la sua auto è rotta e mi dice: “Andiamo con la tua”. Fangio sale sulla mia Mercedes e, dopo aver visto come mi comporto al volante, si accorge, ad esempio, che con il cambio ci so fare e che in curva accelero anziché frenare, resta sorpreso e sentendosi sicuro dice: “D’ora in poi voglio che sia sempre Dori ad accompagnarmi ovunque”. E per qualche anno, tutte le volte che viene in Italia, “avverte la sua autista”».

Meraviglioso.
«Beh, il destino mi ha sempre fatto incontrare grandi personalità. Fin da piccolissima».

Cioè?
«Quando ho 12 anni, d’estate, vado a Ripalta Guerina, provincia di Cremona, ospite dei parenti che vivono nella zona di servizio della Villa Toscanini. Lì incontro spesso Emanuela di Castelbarco, nipote del direttore d’orchestra, che mi racconta di lui».

E lo conosce?
«Un giorno lo vedo nel giardino della villa, è appena rientrato dall’esilio in America, e lo saluto: lui, cordialissimo, mi porta in casa, mi offre da bere e ci mettiamo a chiacchierare.

Come è, invece, il primo approccio con la musica
«Da bambina scopro il blues e, visto che la radio italiana non lo trasmette, lo ascolto sulle stazioni straniere. E me ne innamoro. Nel 1966, invece, mio zio Piero, che suona la chitarra, mi iscrive a un concorso canoro a mia insaputa. Partecipo solo per non deluderlo, interpretando “Io che non vivo”, e vinco».

Poi?
«Di diritto partecipo al provino radiofonico della Rai dove conosco Alberto Testa, che decide di produrmi».

Nel 1967 debutti al “Festival delle rose” di Roma.
«Arrivo seconda con “Vivere per vivere” alle spalle di Al Bano. Alla fine del 1968, poi, incido “Casatschok” che mi fa conoscere al grande pubblico».

La tua ascesa è rapida e incontri subito personaggi che poi diventano miti. Come Lucio Battisti.
«Lo conosco grazie all’editrice Christine Leroux, è giovanissimo e ancora non canta, ma scrive per altri. Con me si lascia andare, è sempre sorridente e aperto. Ogni tanto chiama casa: “Dori, questa sera vengo da te a mangiare un pugno di riso”».

Pensare alla tua amicizia con Battisti porta inevitabilmente a De André: avrebbero potuto fare qualcosa insieme?
«Mi sarebbe piaciuto e tra gli Anni ’80 e ’90 mi era venuta l’idea di proporlo, ma ho perso tempo e non li ho mai presentati».

Sarebbero andati d’accordo?
«Avrebbero fatto qualcosa di straordinario perché Lucio era ineguagliabile musicalmente e Fabrizio lo era nei testi. E poi si piacevano. Posso raccontare un aneddoto?».

Certo.
«Quando nell’ambiente, nel 1974, si inizia a sussurrare della mia storia con Fabrizio, Battisti in un incontro mi chiede: “Ma è vero quello che si sente dire?”. “Me lo domando anche io”, rispondo. E lui: “Tutti pensano che per lui tu sia solo una delle tante avventure. Io invece credo che non sarà così”. Capito? Prevede che tra me e Fabrizio sarà un amore vero».

Il mondo della musica, in quegli anni, si ritrova spesso nel “Residence Ghezzi”. Cioè casa tua.
«Sono una delle poche milanesi con casa e famiglia a Milano e ospito molti artisti che vengono da fuori: oltre a Battisti, per esempio, Dalla, Battiato, Paoli, Mango, Ornella Vanoni, 
Gabriella Ferri, Loredana Bertè e Mia Martini, con la quale ero e rimango legatissima».

In quel periodo sei brava, famosa e anche molto bella. Molti ti paragonano a Brigitte Bardot. Tu che rapporto avevi, in quel momento, con la bellezza
«Non me ne rendevo conto, mi sembrava tutto normale».

Il primo fidanzatino lo ricordi?
«Certo, a 16 anni, ma solo qualche bacino».

La prima volta, invece?
«A quasi 22 anni mi dico: “Qui devo darmi una sveglia”. E scelgo con attenzione la persona giusta che mi avvicini al sesso (atto verso il quale ho sempre avuto un profondo rispetto), che identifico in un uomo di 38 anni, sposato, intelligente e corteggiatissimo. È un’esperienza bella, ma dopo un po’ gli dico: “Grazie di tutto, ora è giusto che ti liberi di me”. E lui: “Sono io che devo ringraziare te, sei la sola che mi ha regalato la verginità”. Ecco la forza dei sentimenti».

Torniamo alla carriera e alla nascita, nel 1972, del duo con Wess che durerà fino al 1979.
«Un giorno mi fanno ascoltare la base di “United we stand”, brano che conosco. E commento: “Bella, ci sono due voci: sarebbe interessante farla con Wess”».

E così si forma una coppia che riscuote un incredibile successo. Lui che tipo è?
«Senza dubbio un bravissimo artista con una bellissima voce. Abbiamo avuto un grande successo e ne avremmo avuto ancora di più se fosse stato più autonomo».

Hai qualche rimpianto?
«Nel 1973 incido “Non ci contavo più”, una cover di “Ben” di Michael Jackson: sono la prima nel mondo a rifare un suo brano. Berry Gordy Jr. della leggendaria Tamla Motown, produttore di Jackson, ascolta il disco e due anni dopo, quando viene in Italia, scopre che sono famosissima in coppia con Wess. E così ci propone un contratto di cinque anni: sarei l’unica bianca della sua casa discografica e, in Europa, si occuperebbe di noi George Martin, quello dei Beatles».

E che succede?
«Salta tutto e solo più avanti scopro il motivo: Wess, in quanto disertore, non potrebbe tornare in America. Nessuno, però, me lo dice. Una scorrettezza piuttosto grave. L’unico vantaggio è che così Wess non ha rischiato di trovarsi in Vietnam».

Sempre con Wess, nel 1973, partecipi al tuo primo di sette Festival di Sanremo.
«Sono appena tornata dagli Usa dove, oltre alle cose belle, ho conosciuto anche le contraddizioni della società. “Questa è la democrazia che vuole esportare l’America”, mi chiedo. Salgo sul palco vestita da indiana pellerossa con un abitino fatto a mano e mi esibisco a fianco di un uomo di colore: il messaggio mi sembra chiaro. E invece sembra che nessuno se ne sia accorto».

Prima di parlare della storia d’amore con Fabrizio De André toglici una curiosità: è vero che poco prima hai un flirt con Gianni Rivera
«No, ci conosciamo casualmente e diventiamo molto amici. Tanto che ad un certo punto frequento tutto l’ambiente rossonero. E una sera, a cena a Riva del Garda con i diretti interessati, l’allenatore Nereo Rocco dice: “Dori può venire a Milanello quando vuole perché porta più spiritualità di Padre Eligio”».

Una bella stoccata al frate amico di Rivera… Torniamo all’incontro con De André.
«La primissima volta che ci vediamo è nel ’69, a Genova, al premio “Caravella d’Oro”. Dopo cinque anni, nel marzo 1974, però, ci ritroviamo al bar degli studi di registrazione della Ricordi e Cristiano Malgioglio, che conosce entrambi, ci presenta. E così ci scambiamo i numeri di telefono».

Quando si dichiara
«Alla cena per il mio compleanno, Mina e Ornella Vanoni si accorgono delle sue attenzioni nei miei confronti e lo punzecchiano: “Per chi di noi due scriveresti una nuova canzone?”, gli chiedono. Lui stupisce tutti: “Se proprio dovessi scrivere per qualcun altro lo farei per Dori”».

Quale è la magia che vi ha più uniti?
«La completezza del rapporto e la sensazione di non sentirsi costretti a stare l’uno con l’altro. La gelosia, sentimento comprensibile, trovo sia umiliante esibirla».

Vi è capitato di litigare?
«Spesso non ci siamo parlati anche a lungo. Una volta, dopo tre mesi di silenzio, mi telefona suo padre da Bruxelles: “Dori, non voglio sapere il motivo del litigio, so che hai sicuramente ragione tu. Però sappi che, a modo suo, ti vuole bene”. Con suo padre avevo un rapporto bellissimo. Sul letto di morte gli chiese di smettere di bere e lui lo fece: gli avesse chiesto anche di smettere con le sigarette…».

Fumava così tanto?
«Ne accendeva una dopo l’altra perché le dimenticava in giro: a fargli male è stato anche il fumo passivo che respirava».

Intellettualmente, invece, cosa ti ha conquistata di lui?
«Il suo entusiasmo che si riaccendeva di volta in volta per ogni nuovo hobby: approfondiva al massimo la conoscenza di una materia e poi cambiava».

Nel 1975 tu e Fabrizio vi stabilite in Sardegna e nel 1977 nasce vostra figlia Luvi. Siete in un momento molto felice, ma la sera del 27 agosto 1979 vi sequestrano.
«Un’esperienza che, se vissuta in coppia, ti divide o ti unisce. Abbiamo avuto la conferma che eravamo indispensabili l’uno per l’altra. Tanto che il momento più brutto è stato quando ci hanno divisi per la liberazione: prima hanno rilasciato me e il giorno dopo lui».

In tutto restate nelle mani deli rapitori quasi 4 mesi.
«Con loro, però, riusciamo a instaurare un buon rapporto: ad un certo punto, rischiando grosso, ci portano anche un fornellino con la bombola a gas e ci permettono di cucinare. Tra noi e loro c’è dialogo e ironia: una volta uno di loro confida a Fabrizio che, sì, apprezza le sue canzoni, ma preferisce Guccini. E lui ribatte: “Perché non avete sequestrato lui?”».

Mai avuto la sensazione di rischiare la morte?
«Alla lunga abbiamo capito che loro non ci avrebbero mai uccisi, nemmeno se non fosse stato pagato il riscatto. Piuttosto ci avrebbero fatti scappare».

La cosa più importante che ti è rimasta dopo questa esperienza
«L’importanza del concetto di libertà».

C’è qualcosa che vi ha infastidito dopo la liberazione?
«Scoprire che Papa Wojtyla aveva rivolto un appello ai sequestratori durante l’Angelus, citando le persone in ostaggio in quel momento. Eravamo in 12, c’era persino una famiglia intera. Però lui non aveva fatto i nostri nomi. Immagino perché non eravamo sposati, quindi eravamo peccatori. E sai cosa mi era successo durante la prigionia».

Cosa
«Continuavo a sognare enormi manifesti del Papa vestito come una rockstar, come fosse un divo. Strana coincidenza».

Fabrizio, ricordando quell’esperienza, ha composto “Hotel Supramonte”, uno dei brani più “vissuti”.
«È la sola canzone ufficialmente dedicata a noi due (composta con Massimo Bubola). È la sua unica autobiografica oltre ad “Amico fragile”».

A proposito dei suoi brani, in quegli anni ti coinvolge in quello che scrive?
«Di notte, spesso, mi sveglia per farmi sentire cosa ha appena composto. Ad un certo punto mi arrabbio e allora, da quel momento, ogni volta che lo rifà si presenta sempre con un dolcetto per farsi perdonare».

Ricordi la nascita di qualcuno dei suoi capolavori?
«Sul terrazzo di casa nostra a Milano, al settimo piano dove non si vedono i grattacieli, prende vita “La domenica delle salme” con il verso “Dalla bottiglia di orzata / Dove galleggia Milano”. Una canzone bellissima ma complessa con diverse interruzioni e rielaborazioni: ci mette un paio di mesi per finirla. E quando la sento la prima volta tutta intera sono così entusiasta che gli dico ridendo: “Ma allora io ti sposo”».

Il 7 dicembre 1989 viene celebrato il matrimonio e l’anno dopo smetti di esibirti. La motivazione ufficiale è che hai problemi alle corde vocali.
«In quel momento devo fare delle scelte di vita e voglio fermarmi: quello della voce è un malessere psicosomatico per giustificare la decisione».

Alla fine del 1998 Fabrizio si ammala.
«A settembre comincia ad avere dolori sempre più forti ed è costretto a smettere con i concerti. Lo ricoverano per una serie di accertamenti, scoprono il tumore e gli danno tre mesi di vita».

Lui in quel periodo è consapevole della gravità?
«Sa tutto, pur avendo sempre un minimo di speranza. E lotta sempre senza paura».

Tu come reagisci?
«Con coraggio, davanti a lui non piango mai nemmeno una volta perché sarebbe come condannarlo. E gli sto sempre accanto giorno e notte: in ospedale ho un letto al suo fianco».

Fabrizio è morto il l’11 gennaio 1999: cosa ti manca di lui?
«La presenza e la sua voce unica che scandiva il mio nome appena sveglio: “Bo”».

Come mai “Bo”?
«Era il soprannome che mi aveva dato, diceva che derivava da “boboni” ma non so perché. E allora io, per scherzare, lo chiamavo “Bi”, da Bicio, per scoprire che così lo chiamavano i genitori da piccolo».

Ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione?
«Sono dell’idea che c’è un solo Dio e ciascuno lo può interpretare rappresentato in Buddha, Maometto… Io mi ritengo Cristiana ma non mi riconosco nel cattolicesimo».

2) Paura della morte?
«No, perché sai che prima o poi capita. Però l’idea di andarmene mi rompe un po’le scatole».

3) Beatles o Rolling Stones?
«I Beatles hanno una maggior produzione di belle canzoni, ma i Rolling Stones in certi casi riescono a commuovermi di più, ad esempio in “Angie”».

4) Qualcuno che vorresti riabbracciare?
«A parte Fernanda Pivano, Leonard Cohen, col quale avevo un rapporto straordinario».

5) Hai ancora un sogno?
«Mi piacerebbe produrre qualcosa che vada oltre Fabrizio, tipo dare una mano a qualche artista giovane o emergente».

Dori Ghezzi si confessa: „Parlò con De Andrè attraverso una lampada“ 2026 IUSTITIA.BG – Investigations 2009-2026 2026-05-10 09:33:00 Ultime notizie Notizie dal mondo Notizie nazionali Notizie più importanti ultime notizie più importanti ultime del giorno Giudice Petar Nizamov Feathers Petar Nizamov- Feathers Justice bg iustitia.bg iustitia iusticia usticia inchiesta Burgas Bulgaria notizie notizie dell’ultima ora notizie del giorno notizie di oggi notizie dalla Bulgaria Le notizie dalla Bulgaria notizie blitz notizie principali più importanti più commentate ultime notizie Boyko Borisov notizie meteo notizie coronavirus notizie meteo facebook youtube facebook instagram notizie di oggi notizie degli ultimi minuti notizie di oggi notizie bg notizie principali notizie scottanti bg sito di notizie per notizie tutte le notizie notizie bg notizie dell’ultima ora ultime ultime notizie bg notizie di oggi notizie di oggi notizie dell’ultima ora ultime notizie di oggi notizie bg notizie notizie 24 ore vesti bg novini notizie mondo uccello bg bivol bg bivol trud bg novini ultime notizie di oggi novinite bg notizie ciao bulgaria partito politico stemma delyan peevski scandaloso Bulgarian National Television Free Europe Television scandalo esclusiva in diretta tv in diretta adesso tv tv online tv programma bg live ora tv notizie online tv online in diretta tribunale tribunale di Burgas tribunale distrettuale di Burgas tribunale di Burgas tribunale distrettuale di Burgas tribunale d’appello di Burgas procuratore di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas Procuratore generale Ivan Geshev Procuratore Geshev Tsatsarov Ministero degli affari interni Burgas ODMR Burgas ODPR Polizia di Burgas polizia distrettuale di Burgas procuratore di Burgas Tsatsarov casi SGS tribunale di Varna presidente del tribunale SGS decisioni del tribunale su casi civili decisioni su casi tribunale di Plovdiv decisione del tribunale decisioni casi tribunale di Varna casi penali distretto decisioni del tribunale distrettuale lavoro in tribunale SGS presidente del tribunale SGS giudici tribunale di Sofia posti giudici tribunale di Plovdiv giudici di Plovdiv Ispettorato della Corte suprema di Plovdiv Corte suprema Consiglio giudiziario supremo avvocato avvocato cause penali avvocato civile casi avvocato casi matrimoniali avvocato diritto penale amministrativo processo penale diritto civile processo civile diritto amministrativo diritto costituzionale

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