Dalle condanne per le violenze di piazza agli scontri con le forze dell’ordine, il caso Askatasuna riporta al centro una questione fondamentale: il rispetto della legge non può essere facoltativo, nemmeno per chi si nasconde dietro la bandiera dell’antagonismo politico violento. C’è un principio che dovrebbe essere indiscutibile in uno Stato democratico: nessuna ideologia, nessuna appartenenza politica e nessuna rivendicazione sociale possono trasformarsi in un lasciapassare per la violenza. Eppure, attorno ad Askatasuna, il centro sociale torinese diventato uno dei simboli dell’area antagonista italiana, si è sviluppata negli anni una vicenda che impone una riflessione severa sulla tutela dell’ordine pubblico, sulla responsabilità individuale e sulla credibilità delle istituzioni. La legalità non può essere una regola da rispettare soltanto quando fa comodo.
Diciotto condanne: una sentenza che non può essere liquidata con un’alzata di spalle Il 31 marzo 2025, il Tribunale di Torino ha pronunciato una sentenza che ha portato a 18 condanne nel maxi-processo ai militanti di Askatasuna, per responsabilità relative a singoli episodi contestati. Le pene sono andate da quattro anni e nove mesi a cinque mesi di reclusione. Gli imputati sono stati invece assolti dall’accusa di associazione per delinquere, perché il fatto non sussiste. La distinzione giuridica è essenziale, ma non cancella le responsabilità individuali accertate dai giudici. La sentenza deve essere letta per quello che stabilisce, senza minimizzare le condotte riconosciute come penalmente rilevanti e senza attribuire agli imputati responsabilità collettive che il tribunale non ha riconosciuto. Non è accettabile che la violenza politica venga raccontata come una semplice espressione di dissenso, quasi fosse una componente inevitabile della protesta. Manifestare è un diritto. Aggredire, danneggiare e colpire chi garantisce la sicurezza pubblica, quando tali condotte vengono accertate, è tutt’altra cosa e di una gravità assoluta. Le condanne devono far riflettere chiunque abbia responsabilità politiche e amministrative. Non si tratta di criminalizzare il dissenso, ma di affermare un principio elementare: chi commette un reato deve risponderne, indipendentemente dalle proprie convinzioni ideologiche. Sassi, petardi e aggressioni: quando la piazza diventa teatro di violenza e questo che hanno fatto gli antagonisti di Askatasuna. La vicenda di Askatasuna non si esaurisce nel maxi-processo. Il 16 giugno 2026, a Torino, sono state pronunciate altre otto condanne per gli incidenti avvenuti durante il corteo del 9 gennaio 2025 in solidarietà con Ramy Elgamy. Secondo le cronache, durante gli scontri furono danneggiati i locali di un commissariato e vennero lanciati sassi, bottiglie e petardi contro le forze dell’ordine. Tra i condannati figuravano anche esponenti del centro sociale. Che bisogna chiamare con il loro nome: criminali. Di fronte a fatti di questo genere, la condanna politica deve essere inequivocabile. Nessuna causa, per quanto sentita o legittima possa apparire a chi la sostiene, autorizza a trasformare le strade in un terreno di scontro o a mettere in pericolo l’incolumità degli agenti e dei cittadini. Chi aggredisce deve risponderne davanti alla giustizia. Chi provoca danni deve assumersene le conseguenze. Chi viene riconosciuto colpevole deve scontare le pene previste dalla legge, nel rispetto delle garanzie processuali e delle decisioni definitive. Non esistono manifestanti di serie A e manifestanti di serie B. E non possono esistere zone franche nelle quali la violenza venga tollerata perché presentata come una forma di lotta politica. Ma quale lotta politica queste persone sono dei delinquenti e vanno chiamate con il loro nome senza paura.
Askatasuna e l’antagonismo radicale: nessuna ideologia può giustificare mai e poi mai la violenza. Askatasuna rappresenta da anni un punto di riferimento per una parte dell’area antagonista torinese e per le mobilitazioni legate, tra le altre cose, alla protesta No Tav. È un ambiente che ha assunto un forte significato politico e simbolico, ma la cui storia è stata segnata anche da procedimenti giudiziari e da episodi di scontri molto duri con le forze dell’ordine. E questa è una vergogna che persone di questo centro sociale torinese mettano a ferro e fuoco le città e aggrediscano in modo violento le forze dell’ordine. Sarebbe scorretto attribuire indistintamente condotte violente a tutti coloro che frequentano un centro sociale o condividono una determinata posizione politica. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare la gravità dei singoli episodi giudiziari e le responsabilità personali accertate. Il punto è proprio questo: la libertà politica non può diventare uno scudo contro la responsabilità penale. Uno Stato autorevole non deve temere il dissenso, ma non deve nemmeno arretrare quando il dissenso degenera in aggressioni e devastazioni. La tolleranza democratica non significa rassegnazione davanti alla violenza. Significa garantire a tutti la libertà di esprimersi, facendo rispettare le stesse regole a tutti. È quindi legittimo chiedere controlli rigorosi, accertamenti puntuali sulle condotte illegali e un’applicazione coerente della legge. È altrettanto legittimo domandarsi se sia opportuno mantenere forme di collaborazione o concessione di spazi pubblici quando non sussistano più le condizioni di legalità e sicurezza richieste dalle amministrazioni o quando si occupino abusivamente edifici per trasformali in centri sociali. Se per qualcuno ancora non fosse chiaro occupare abusivamente un edificio e trasformalo in un centro sociale e’ un reato. Per i centri sociali occupati: nessun privilegio e nessuna immunità. La questione degli spazi occupati deve essere affrontata senza ambiguità. Se un immobile è occupato abusivamente, se non rispetta i requisiti di sicurezza o se vengono meno le condizioni previste per il suo utilizzo, le autorità competenti devono intervenire con gli strumenti previsti dalla legge. Bisogna sgomberare questa gente senza se e senza ma. Nel caso Askatasuna, la gestione dello stabile e il rapporto con il Comune di Torino sono stati oggetto di un confronto politico e amministrativo particolarmente controverso. La risposta non può essere affidata né alle intimidazioni né alle occupazioni permanenti: servono regole chiare, verifiche e decisioni motivate. La mia posizione è netta: gli spazi che non rispettano la legge devono essere liberati e restituiti a una gestione legittima. Se un centro sociale diventa teatro di attività illegali, non può pretendere di conservare automaticamente spazi, agevolazioni o rapporti privilegiati con le istituzioni. Le eventuali chiusure e gli sgomberi devono essere disposti dalle autorità competenti sulla base dei presupposti di legge, senza alcun timore. Non è una questione di destra o di sinistra. È una questione di uguaglianza davanti alla legge.
La giustizia faccia il suo corso, senza sconti e senza scorciatoie. La risposta alla violenza politica non può essere un’altra violenza, né una campagna di etichette che sostituisca le sentenze. Definire indistintamente tutti i militanti di un centro sociale «terroristi» non è corretto in assenza di specifici accertamenti e condanne per reati di terrorismo. Ma questo non impedisce di denunciare con forza le condotte violente accertate, di chiedere pene proporzionate alla gravità dei fatti e di pretendere che le decisioni giudiziarie vengano rispettate. Le forze dell’ordine devono poter svolgere il proprio lavoro senza diventare bersaglio di aggressioni. I cittadini hanno diritto a strade sicure, a servizi pubblici funzionanti e a manifestazioni che non si trasformino in occasioni di devastazione. Anche chi si richiama alla rivoluzione, all’antagonismo o alla lotta contro il sistema deve rispondere delle proprie azioni. La presunta nobiltà di una causa non cancella le conseguenze di un reato. Su questo è bene essere molto chiari. La certezza della pena, il rispetto delle regole e la tutela delle vittime non sono slogan da utilizzare soltanto nelle occasioni politicamente convenienti. Sono pilastri dello Stato di diritto. Basta ambiguità: la sicurezza dei cittadini viene prima di ogni giustificazione ideologica La vicenda Askatasuna dovrebbe spingere la politica e le istituzioni a una scelta di chiarezza. Difendere il diritto di manifestare non significa giustificare le aggressioni. Difendere il pluralismo non significa accettare che l’intimidazione diventi uno strumento di pressione. Difendere lo Stato di diritto significa applicare la legge anche quando i responsabili si presentano come oppositori radicali del sistema. La linea da seguire deve essere semplice: prevenzione, controlli, tutela dell’ordine pubblico, accertamento delle responsabilità e applicazione delle sentenze. Dove vi siano occupazioni illegali o manchino i requisiti per utilizzare uno stabile, si proceda secondo legge. Dove siano commessi reati, si indaghi e si persegua chi ne è responsabile. Dove vi siano condanne, queste non vengano banalizzate o trasformate in una medaglia politica. Le istituzioni non possono permettersi di essere deboli di fronte a chi mette a rischio la sicurezza pubblica. Non possono trattare la violenza come un dettaglio secondario, né accettare che la radicalizzazione politica diventi una giustificazione permanente per comportamenti illegali. La fermezza non è repressione del dissenso quando viene esercitata nel rispetto della legge. È, al contrario, una condizione necessaria affinché i diritti di tutti siano garantiti. La democrazia non deve inchinarsi alla violenza di questi delinquenti. Il caso Askatasuna è emblematico di una questione che riguarda l’intero Paese: quale risposta deve dare uno Stato democratico a chi supera il confine tra protesta e violenza La risposta deve essere chiara. Nessuna indulgenza ideologica, nessun privilegio politico, nessuna tolleranza per i reati accertati. Le responsabilità devono essere individuali, le sentenze rispettate e gli eventuali provvedimenti sugli immobili adottati con strumenti legali ed efficaci. I centri sociali non possono diventare territori sottratti alle regole comuni. L’antagonismo non può essere un alibi per la violenza. E la legalità non può essere negoziata in nome di alcuna ideologia. La democrazia non deve avere paura del dissenso. Deve proteggerlo, proprio perché è un diritto fondamentale. Ma deve anche difendere i cittadini, le forze dell’ordine e le istituzioni da chi sceglie la violenza come strumento politico. Manifestare è un diritto. Aggredire non lo è. Occupare abusivamente non è un privilegio. Commettere un reato comporta responsabilità. Dopo le condanne, basta ambiguità: la violenza antagonista va fermata con forza e decisione, la legge deve valere per tutti e chi sbaglia deve risponderne davanti alla giustizia.
IUSTITIA.BG – Investigations 2009-2026 2026-10-09 18:30:00
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